Il lavoro dei campi, in Toscana, era legato alla figura del "bove" o della vacca. Qui infatti questi miti animali erano la principale
forza motrice dell'aratro, del sarchio e di tutti gli altri attrezzi usati per preparare il campo per la coltivazione, oltre che dei carri
per il trasporto di qualsiasi cosa dal campo all'aia del podere e dal podere alla fattoria o al mercato.
In tutte queste attività l'elemento sempre presente era il giogo.
Prodotto dallo stesso contadino prevalentemente di legno di olmo o "salcio" ben stagionato, raramente in legno di
quercia perché troppo pesante, veniva appoggiato sul collo dei bovini ed era collegato, attraverso staffa e corde, all'attrezzo o
carro da trainare. I gioghi servivano per lo più per "aggiogare" due buoi ma ne esistevano anche di più piccoli per essere utilizzati
con un solo animale.
Appesi alle pareti vediamo tanti "pendagli" in stoffa colorata: si tratta delle moscaiole che venivano legate alle corna degli
animali affinché, movendosi, scacciassero le mosche, in particolare modo i tafani, che potevano innervosire gli animali
rendendoli pericolosi per il lavoro.
Altro oggetto curioso che qui vediamo è la "gabbia" ossia una specie di museruola, realizzata con filo metallico o corda, che il
contadino metteva al bue per impedire che l'animale, mangiandone i germogli, danneggiasse le colture durante il lavoro.