Nel mondo della telematica e di Internet ha ancora senso parlare di cultura popolare? E quale ruolo può ancora giocare
nella società contemporanea la cultura contadina legata alla terra, alla fatica fisica, ai capricci delle stagioni, condizionata da
proprietari terrieri e strutture religiose? Qualche anno fa se ne è fatta materia di un convegno ad Arezzo. Un segnale, anche
questo, del mutare dei tempi. Ma non è sintomo di miglioramento, il malato sta male, non peggiora ma nemmeno
progredisce.
Non è cultura di moda e non stimola l'interesse di quegli Enti che negli anni si sono interessati a periodici censimenti di
iniziative nate col volontariato, guardate dapprima con sospetto, talora boicottate o semplicemente lasciate sfiancare
innalzando muri di gomma.
Negli anni Settanta in molti ci siamo affannati in un tentativo di salvataggio in extremis di segni (materiali e non) di
quel mondo millenario nel quale tutti -ci piaccia o no- affondiamo le nostre radici anche lontanissime nel tempo. Quel mondo
dove tutti conoscevano tutti, dove l'occhio faceva si i conti in tasca al vicino ma lo proteggeva anche dai ladri, è finito e non si
può dire di essere oggi più protetti dalla cosiddetta "privacy".
Potendo contare su di un'economia per lo più di sussistenza, il mondo contadino, povero di erudizione ma ricco di autentica
cultura, puntava sull'etica del dovere. Il nostro mondo opulento anela invece l'etica del piacere e così considera decisivo avere
sesso, case di lusso, vacanze e poi, magari, si scarica la coscienza nel volontariato.
Non vogliamo invocare rimpianti per un mondo costituito spesso di miseria e di diseguaglianze crudeli, che tuttavia non sono
finite con la fine di quel mondo, ma ci preoccupa veder dilapidato un autentico patrimonio di saggezza e di comportamenti
onesti, una ricchezza morale nella povertà.
Si dice: "A morte la cultura contadina!". E' un bene? Dovrebbe esserlo, obietta qualcuno. Il male è che ci lasciamo coinvolgere
dalla civiltà industriale, dai consumi, tutto all'insegna del profitto per trasformarci in esseri privi di sensibilità, incapaci di
esprimere solidarietà, pronti a confondere i ruoli, a dimenticare l'insegnamento atavico che non abbiamo ereditato il mondo dai
nostri antenati, ma ci è stato consegnato solo in prestito, per trasferirlo poi, possibilmente migliorato, ai nostri discendenti.
Quella tecnologia contadina così essenziale, fatta di aratri di legno e di tanti altri attrezzi, affinati all'uso millenario, che
vediamo anche in questa preziosa raccolta museografica di Gaville, potrebbero avere un futuro quale tecnologia di transizione,
addirittura innovativa, per certe popolazioni del terzo mondo.
'Le mani sanno' era l'orgoglioso dire dell'artigiano. Già, la manualità. Un formaggio, un salume, una conserva, un vino o un
pane testimoniavano un mondo portatore di autentici valori culturali, valori che qui possiamo solo immaginare osservando
strumenti di lavoro vellutati dai calli e logorati dal tempo. Questi oggetti, salvati con tante amorevoli cure, sono ormai
lontanissimi dal vivere quotidiano delle giovani generazioni. Ma possono ancora parlare al loro cuore come può farlo un'opera
d'arte o il più piccolo reperto archeologico. Aiutiamo i nostri giovani ad ascoltare il messaggio.
Il museo di Gaville non è soltanto una mostra, ma è un centro di documentazione storica, di riflessione culturale, diretta alle
vecchie generazioni, alle quali nella visita si affacceranno i ricordi ed il nostalgico sentimento del tempo, e soprattutto alle
nuove, per una profonda acquisizione di conoscenze sulle proprie radici e per un apprezzamento di valori di semplicità oggi
esageratamente travolti.
In questa canonica fino a pochi decenni fa si preparavano vino ed olio per i contadini, lo testimonia il classico frantoio che
troviamo ancora al suo posto.
In esso vi si raccoglie tutto ciò che serviva per la molitura delle olive come la maestosa macina.
Passando davanti al focolare si entra nella cucina, dove sono esposte le suppellettili più in uso nelle case di una volta, dalla
tavola apparecchiata con la tovaglia di canapa tessuta al telaio, alla madia, dal forno all'acquaio in pietra ed alla credenza.
Continuando il viaggio in questo mondo contadino si entra nel salone del grano, dove è stato ricostruito tutto il processo della
semina, fino alla macinatura del frumento.
Attraverso un arco ci si immette nella bottega del falegname e carradore con gli attrezzi da lui stesso costruiti che servivano sia
per le riparazioni che per costruire carri, carrette, sedie, botti, doghe, barili.
Ci sono il tornio a pedale, la fucina col mantice per forgiare il ferro, la mola a pedale e tanti altri attrezzi.
Nella cantina, di costruzione antichissima, è in bella mostra tutto ciò che serviva per il buon vino, dalla vendemmia
all'imbottigliamento, ed infine la camera dove ci si riposava dopo le dure fatiche del lavoro dei campi.